La Signoria dei Da Varano
Dalla fine del '200 e fino alla metà del XV secolo, in Italia si assiste a un radicale mutamento dell’assetto politico, che si manifesta col progressivo svuotamento di potere delle istituzioni comunali, soppiantate dall’affermazione di alcune famiglie signorili, di provenienza cittadina o rurale, che con spregiudicatezza capitalizzano i propri meriti, generalmente conseguiti nell’arte militare, per assumere la gestione politico-amministrativa delle città e dei territori limitrofi.
La crisi delle istituzioni comunali, che si manifesta con l’endemica debolezza nella soluzione dei conflitti interni, oltre che nell’incerta difesa dai nemici esterni, costituisce la causa prima della trasformazione in atto.
Non fanno eccezione i territori soggetti all’alto dominio della Chiesa che, anzi, a causa delle crisi ricorrenti della medesima, assistono più o meno impotenti all’usurpazione del potere da parte di un soggetto politico emergente.
All’interno della Marca, da tempo e per lo più sotto il dominio dello Stato Pontificio, segnatamente nella Marca meridionale, estende la propria influenza, con un’ascesa politica analoga a quella di altri casati italiani, una famiglia feudale proveniente dal Contado, i Varano di Camerino.
La pubblicazione di Maria Teresa Guerra Medici, Famiglia e potere in una signoria dell’Italia centrale. I Varano di Camerino, prende le mosse da questo contesto, dispiegandosi in una attenta disamina dei particolari caratteri che segnano l’ascesa al potere della famiglia e riferendo gli eventi storici alle problematiche giuridiche che si determinano a seguito di quella dirompente ascesa.
Emergono con chiarezza i fattori decisivi, rinvenibili in situazioni analoghe, che decretano l’iniziale fortuna politica varanesca: il potere rurale, basato su un solido sistema fortilizio, e la monetizzazione dei successi militari conseguiti dagli uomini migliori del casato, con un potenziale bellico messo prevalentemente a disposizione della causa guelfa, favoriscono l’accaparramento degli uffici comunali.
A partire dal XIII secolo, il potere viene progressivamente spostato dalle campagne alla città di Camerino, dove l’assoggettamento del centro cittadino si palesa anche tramite l’edificazione del palazzo signorile, simbolo visibile del potere conseguito; infine, la forte coesione familiare si rivela determinante per scongiurare rischiosi vuoti di potere, e l’abile politica matrimoniale è efficace strumento propiziatore di alleanze preziose.
In questa prima fase si impongono le figure di Gentile I († 1282) e di Rodolfo II Varano († 1384), grazie alla loro intraprendenza militare e all’abilità nell’assicurarsi cariche comunali di prestigio. La lettura “al femminile” della storia del casato, mette in rilievo il ruolo preminente esercitato dalle donne della famiglia, autentiche “virago”, abili nella gestione della cosa pubblica e degli affari di Stato, “supplenti” di mariti governanti, assenti, o di figli che l’età precoce non abilita ancora all’esercizio del governo. Donne capaci di difendere la sicurezza dei territori, anche in periodi di gravi difficoltà, di assicurare le successioni dinastiche e di governare le complesse attività di corte che, a parte gli ordinari doveri dell’ospitalità e della mondanità, spesso coincidono con gli affari di Stato.
Tra le altre, si distinguono, per l’intraprendenza e le doti non comuni, Elisabetta Malatesta, Giovanna Malatesta e Caterina Cybo. Il nodo attorno al quale si concentrano le maggiori preoccupazioni della famiglia è quello della legittimazione del potere, della sua conservazione e della trasmissione dinastica.
Non v’è dubbio, infatti, sul carattere inizialmente arbitrario del potere varanesco, non essendo legittimato da alcuna istituzione legale, temporale o spirituale, ma esclusivamente basato sull’uso della forza e sullo sfruttamento della debolezza dell’ordinamento comunale, ormai al collasso.
L’ombra sinistra della tirannide minaccia di incombere sui membri della famiglia, che lucidamente avvertono l’esigenza di incalzare la Santa Sede, per ottenere un riconoscimento formale che la possa sollevare dall’eventuale accusa di usurpazione: le richieste iniziali si volgono verso l’assegnazione del vicariato, una delega di poteri pubblici inizialmente a termine, successivamente al mandato vitalizio, con la speranza non infondata di un’evoluzione ulteriore in senso dinastico.
L’operazione persuasiva nei confronti della Chiesa si avvale anche dell’attenzione che il casato riserva all’opera degli ordini religiosi fedeli al Papa.
A Camerino viene istituito, su interessamento di Caterina Cybo, moglie di Giovanni Maria Varano, l’ordine francescano dei frati Cappuccini e la famiglia può anche vantare una “santa viva”, S. Camilla Battista, figlia di Giulio Cesare (vedi foto), che nel 1481, contro il volere paterno, veste l’abito delle clarisse ed impronta la propria vita alla più elevata spiritualità religiosa, morendo in odore di santità.
La Santa Sede è di fatto costretta a fare concessioni, non avendo la forza di esercitare un governo diretto sui propri territori: costretta al pragmatismo politico, essa può dettare solo alcune condizioni ed in cambio si garantisce elargizioni in denaro, assistenza militare e rispetto della propria superiore giurisdizione.
I Varano ottengono finalmente ciò che volevano: la possibilità di trasmettere il potere ai propri eredi naturali, anche se l’assenza di un saldo principio fondato sulla primogenitura, non di rado pone gravi problemi di successione.
Ciononostante, dalla metà del sec. XV, e nei primi decenni del XVI, il potere si rafforza, sulla spinta dell’azione di due personaggi di primissimo piano, Giulio Cesare († 1502) e Giovanni Maria Varano († 1527): i confini dello Stato si estendono e, anche grazie al forte incremento demografico, le attività commerciali prosperano; il mecenatismo di Giulio Cesare dà un impulso decisivo all’assetto urbanistico cittadino e al fiorire delle arti.
L’originario governo a gestione familiare, che ormai presta pericolosamente il fianco a possibili lacerazioni provocate dai conflitti interni, cede il passo ad una gestione personalistica del potere, che favorisce soluzioni più stabili in ordine alla sua trasmissione.
La crisi della dinastia precipita alla morte di Giovanni Maria Varano, che lascia un’erede femmina e per giunta bambina: Giulia. Le rinnovate pretese di successione da parte del ramo ferrarese della famiglia ed il tentativo di Caterina Cybo di contrastare tale disegno, dando segretamente in sposa la figlia Giulia a Guidubaldo della Rovere, figlio del duca di Urbino, in opposizione alla volontà di Papa Paolo III, apparentemente favorevole a una soluzione ferrarese della controversia, pongono drammaticamente il problema della successione. Ma non è più tempo di controversie legali e la politica della forza rompe gli indugi: il destino di Giulia è segnato e con esso il destino della dinastia.
All’inizio del 1500 si avvicinano tempi duri per la signoria Varano. Il 1° marzo del 1501, infatti, arriva la scomunica lanciata a Giulio Cesare Varano dal Papa Alessandro VI Borgia. Prima che il figlio Cesare, detto il Valentino, invadesse con il suo esercito il principato camerinese, per riscattare con le armi l’intero territorio dello stato della Chiesa, tra il maggio e il giugno 1502, Giulio Cesare fece allontanare la figlia Camilla, insieme a suor Angela Ottoni (sorella del signore di Matelica), inviandola a Fermo. I Priori di quella città però non accolsero la figlia profuga dello scomunicato di Camerino e, per minaccia di ritorsioni da parte del violento e temuto Valentino, la inviarono in Abruzzo (Regno di Napoli), fuori dallo stato pontificio, dalla duchessa d’Atri Isabella Piccolomini-Todeschini, moglie di Andrea Matteo Acquaviva .
La santa rimase in esilio, protetta dai duchi d’Acquaviva, in un locale monastero di suore clarisse dal 1502 al 1503. Possiamo immaginare quanto l’animo di Camilla possa essere rimasto trafitto da quel provvedimento preso per cause che non la riguardavano; tace di questa vicenda nei suoi scritti, successivi al 1491, senza alcuna allusione; è costretta a sfuggire alle violenze di un’autorità ecclesiale a cui spiritualmente è soggetta: era davvero questo il «mal patire», come dieci anni prima aveva scritto nella sua Autobiografia.
Camerino cadde nelle mani del Valentino il 21 luglio del 1502; Giulio Cesare e i figli vennero catturati, tutti i loro beni furono confiscati. Per ordine del Borgia il 9 ottobre 1502 un sicario, Micheletto di Valenza, strangolava nella fortezza di Pergola (Ancona) Giulio Cesare Varano, il padre di Camilla Battista.
Su questa tragica fine lo storico Falaschi commenta: “Chiudeva così in modo tristissimo la sua vita un uomo ricco di umori, di ingegno, di furbizia, di buon gusto, che era riuscito a contare abbastanza nel complesso e policentrico sistema politico italiano della seconda metà del XV secolo, un uomo che, fintanto aveva potuto determinare gli avvenimenti, s’era trovato felicemente involto nelle cose terrene, e non aveva prestato molta attenzione a quelle celesti”.
Poco dopo a Cattolica vennero assassinati, sempre per ordine del Valentino, i fratelli di Camilla: Venanzio, Annibale e Pirro. Si salvava dalla strage solo il piccolo Giovanni Maria, rifugiato con la madre a Venezia fin dagli inizi delle ostilità. Fu proprio quest’ultimo che, nel settembre del 1503, riprese la Signoria di Camerino, dopo essere stato reintegrato dal nuovo Papa Giulio II.
Dopo che i Varano ripresero la Signoria di Camerino, Camilla Battista può così tornare nel suo monastero fin dagli inizi del 1504 e trascorrerà la sua esistenza nel silenzio e nella preghiera della vita francescana.